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CCNL, LA SFIDA SOCIALE DEL SINDACATO

Per decenni il famoso aforisma di Milton Friedman “La responsabilità delle imprese consiste nellʼaumentare i profitti” è stato il faro del capitalismo nord americano.

Secondo questo “mantra”, le imprese dovevano operare senza nessun limite morale, mirando prima di tutto al benessere degli azionisti, nellʼassunto che da lì sarebbe derivato tutto il resto.

La logica della massimizzazione dei profitti in fondo si basava sulla convinzione che, se ad arricchirsi era anche solo una minoranza di grandi capitalisti, alla fine qualche goccia di questa ricchezza sarebbe scesa anche alla base della piramide sociale.

Questa “dottrina” ha messo allʼangolo per decenni lʼaltro grande economista, Maynard Keynes e le sue teorie interventiste dello Stato in economia, o se preferite la definizione europea di “economia sociale di mercato”.

Le teorie liberiste di Milton Friedman, autore del best seller “Liberi di scegliere”, furono applicate per la prima volta in maniera totale soprattutto nel Cile di Pinochet, che per primo provò le nuove teorie economiche del neoliberismo dei Chigago Boys, che privatizzarono gran parte delle società pubbliche fino ad arrivare anche alla previdenza sociale, mandando dopo pochi decenni in bancarotta il sistema pensionistico, che dovette essere salvato dallʼintervento pubblico.

Adesso sembra che i grandi gruppi Usa, la cosiddetta Corporate America, abbiano intenzione di cambiare rotta.

Almeno stando a quanto si legge su un documento della Business Roundtable (letteralmente Tavola Rotonda del Business).

A questa importante organizzazione, presieduta da Jamie Dimon di JP Morgan Chase, aderiscono 181 membri, tra cui Apple, Accenture, Amazon, General Electric, AT&T, il “gotha” delle aziende a livello mondiale, con 15 milioni di dipendenti.

In questo documento, dal titolo “Per un capitalismo migliore” si legge che accanto alla massimizzazione dei profitti ogni compagnia deve avere come scopo lʼarricchire la vita dei propri dipendenti, dei consumatori, dei fornitori e delle comunità, servendo gli azionisti in modo etico, e rispettando lʼambiente.

È dal 1978 che lʼAssociazione pubblica periodicamente un documento dedicato ai «principi di corporate governance», ma oggettivamente è la prima volta che vi si trova un linguaggio simile.

Molto probabilmente questi nuovi orientamenti riflettono anche una spinta globale per una profonda riforma del capitalismo, che così comʼè ha esasperato in modo insostenibile la distanza non solo tra ricchi e poveri, ma anche tra ricchi e classe media.

Tanto per fare un esempio, secondo unʼanalisi dellʼEconomic Policy Institute, dal 1978 ad oggi il compenso per i Ceo è aumentato del 940%, quello del lavoratore medio del 12%.

Al di là di tutti i ragionamenti, fra cui quelli di chi sospetta che si tratti di una risposta politica ai movimenti populisti e sovranisti in crescita ovunque, sentire dire da aziende che negli ultimi decenni hanno spostato fabbriche, delocalizzato produzioni, minimizzato il prelievo fiscale spostando le sedi legali, che gli azionisti, vanno considerati alla pari dei lavoratori, dei clienti, dei fornitori e delle comunità in cui si opera (gli stakeholder), non è cosa da minimizzare.

Qualche segnale per la verità cʼera stato.

Ad esempio Larry Fink, il numero uno di BlackRock, il più grande fondo di investimento del mondo, giusto un anno fa, allʼultimo World Economic Forum di Davos, chiese alle grandi multinazionali di impegnarsi di più sul tema delle ricadute sociali, e guardare meno alla creazione di valore per gli azionisti. Ma restò inascoltato per un anno. Fino alla svolta di questi giorni.

Sicuramente questi nuovi principi di “corporate governance” esplicitati dai vertici delle principali aziende del pianeta, se non resteranno solo sulla carta, ma si tradurranno in comportamenti concludenti a maggiore tutela dei diritti dei dipendenti, potrebbero essere lʼinizio di una svolta etica del capitalismo.

E le Banche italiane?

Qui il discorso si fa un pò più articolato, perchè le vicende delle banche fallite, delle due Popolari venete e anche di istituti come Mps, Carige, e Popolare di Bari, dimostrano senza alcun dubbio che il benessere degli azionisti non era certo in cima ai pensieri dei vertici di questi Istituti. Anzi, forse è vero il contrario, e coloro che avevano pensato di affidare i propri risparmi a questi “pifferai del credito” si stanno ancora leccando le ferite.

Chi ha avuto sempre ben chiara lʼimportanza della responsabilità sociale nelle banche è stato il Sindacato.

Ed anche in questa tornata per il rinnovo del Contratto Nazionale questa richiesta è ben presente nella piattaforma.

Cosa vuole il Sindacato?

Le Lavoratrici e i Lavoratori chiedono un contratto dai forti contenuti sociali, perché le banche devono mantenere e migliorare il ruolo di motore economico del Paese, per le famiglie, per le imprese e per i territori. Il nuovo contratto dovrebbe sancire lʼeliminazione di politiche commerciali improprie e delle relative pressioni sulle Lavoratrici e i Lavoratori, rilanciando una corretta relazione con il cliente e realizzando, quindi, una reale tutela del risparmio. Nellʼambito di questa tematica è necessario approfondire lʼargomento dei consulenti finanziari di cui allʼart. 26 del vigente CCNL (“Promotori finanziari”), finora non affrontato da ABI nonostante le richieste sindacali. La centralità delle persone (clienti e dipendenti), una maggiore trasparenza, una migliore qualità di prodotti e servizi, con il conseguente aumento della redditività, saranno le linee guida per aumentare lʼoccupazione, migliorare i trattamenti economici, individuare le nuove professionalità, e potranno contribuire al recupero reputazionale del settore del credito.

Si tratta di problematiche impegnative, ma crediamo non più eludibili.

In ogni caso il Sindacato continuerà ad incalzare le Banche su questi temi, e forse potrà essere dʼaiuto anche il messaggio arrivato in questi giorni dalle grandi corporation della Business Roundtable.

Luca Faietti

Segretario Generale Uilca Veneto

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