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Mie risposte ai quesiti sollevati da Lina Palmerini e Cristina Casadei, giornaliste de “Il Sole 24 Ore”

Nel corso del Consiglio Nazionale della Fabi, che si è tenuto a Milano, la settimana scorsa, Lina Palmerini, valente e importante giornalista del Sole 24 Ore (ha iniziato la sua brillante carriera seguendo proprio il nostro settore), ha chiesto perchè il Sindacato per quota 100 e per il reddito di cittadinanza non si è opposto a sufficienza e perché ha accettato solo 3 miliardi per la riduzione del cuneo fiscale.

Come Uilca e come Segretario Generale da sempre ho evidenziato sempre come quota 100 sia stata una scelta sbagliata e che sta creando un paradosso. Ho sempre sostenuto che le uscite non verranno rimpiazzate con nuove assunzioni (ho scritto diversi articoli e comunicati stampa su questo argomento) e, tantomeno di giovani e spesso verranno sostituite da soluzioni di machine learning e artificial intelligence. Caso virtuoso e scolastico è quello di BNL, dove con l’accordo firmato il 16 aprile, a chiusura del confronto sindacale sulla ennesima riorganizzazione aziendale, si è arrivati ad un accordo per favorire nel triennio 2019/2021 l’uscita volontaria di massimo 950 Colleghe e Colleghi a fronte del quale verrebbero assunti/stabilizzati 350 giovani. Altro che un pensionato che sarebbe uscito con quota 100 si sarebbero effettuate tre assunzioni come affermavano Salvini e Di Maio. Ma nella nostra categoria abbiamo fatto ancora di più. Nel recente accordo per il salvataggio di Carige abbiamo inserito la possibilità di usufruire di Quota 100 passando per il nostro Fondo di Solidarietà. In pratica si è creata una nuova finestra previdenziale con Quota 100 nulla di più, creando, nel contempo, disparità fra categorie, fra Nord e Sud. Erano ben altre le richieste del Sindacato: separazione tra Previdenza e Assistenza, Commissione per individuazione lavori usuranti, vera riforma della Legge Fornero.

Come Uilca ci siamo sempre trovati sostanzialmente in accordo con l’obiettivo del reddito di cittadinanza, di dare ristoro a milioni di poveri nel nostro paese, abbiamo però sempre criticato le modalità di erogazione dello stesso, e sul fatto che tale soluzione aveva valore solo nella prospettiva di sostegno economico temporaneo, per conseguire il più importante obiettivo di creare nuova e sana occupazione e sotto questo profilo le soluzioni poste in campo dal Governo si sono dimostrate incoerenti. Nel nostro Paese occorre trovare posti di lavoro, dando valore al lavoro.

Per quanto riguarda il cuneo fiscale il Sindacato Confederale aveva chiesto una sua forte riduzione e la detassazione degli aumenti contrattuali. La Finanziaria ha privilegiato di non aumentare l’IVA (23 dei 30 miliardi previsti) lasciando solo 3 miliardi per la riduzione del cuneo fiscale.

Non possiamo che riconoscere che qualcosa si è fatto ma è sufficiente. Non per polemica, ma preferivo la plastic tax e la sugar tax (siamo uno dei paesi europei con il grado di obesità nei bambini più alto) destinando maggiori risorse alle lavoratrici e ai lavoratori. Ma tant’è. Le iniziative sindacali delle prossime settimane vanno proprio nel senso di riprendere le iniziative contenute nella piattaforma di CGIL CISL UIL.

Passiamo ora alla risposta all’amica e corregionale Cristina Casadei che si è chiesta perché inserire il Piano Industriale fra le crisi aziendali del Paese.

Riconosco un problema nel modo di gestire la comunicazione delle crisi bancarie. Quando si parla di 8 mila posti in meno in UniCredit bisogna ricordarsi che sono posti che non verranno mai recuperati.

Ogni esubero concordato si trasforma automaticamente in posto di lavoro perso a meno che non si proceda a nuove assunzioni come abbiamo fatto in tanti accordi aziendali.

Ma in questo Piano Industriale si afferma che le eventuali nuove entrate non andranno a modificare il delta delle uscite. Nel senso che ad ogni assunzione cresceranno i numeri delle uscite: 100 nuove assunzioni? 6100 uscite!

Se al numero degli esuberi assommiamo anche la chiusura di 450 filiali nel perimetro Italia, è evidente come questo Piano Industriale distrugge ricchezza, presenza nel territorio, perdita di valore del lavoro, perdita di professionalità.

E c’è di più. Nessuno sembra però analizzare la questione nell’insieme analizzando soprattutto la possibilità che questa dia il via a un pericoloso effetto domino quando anche le altre banche presenteranno i nuovi Piani Industriali.

Ecco perché c’è un problema nazionale. Un problema che non può essere sottovalutato dalla politica, dal Governo, dalle Istituzioni.

Massimo Masi

Segretario Generale Uilca

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