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L’importanza del confronto per progettare un nuovo modello sociale

M.Masi 2

Il 2020 è destinato a diventare l’anno che segnerà una nuova scansione temporale: prima e dopo il Covid-19. Prima e dopo, cioè, quell’eccezionale e inimmaginabile crisi sanitaria, economica e sociale che ha investito tutto il mondo. Il motivo dell’ante Covid e del post Covid sarà ricorrente nel futuro. Come ogni evento improvviso e violento lascerà per strada morti e dispersi: ci saranno pezzi di mondo che reagiranno meglio e prima e altri che resteranno indietro, per un tempo più lungo. Ci saranno, all’interno di ogni Paese, pezzi di società che supereranno meglio la grande crisi e altri che faranno molta più fatica. All’inizio di questa situazione in molti abbiamo pensato che ne saremmo usciti moralmente migliori. Poi la vita riprende il suo corso e ci si ritrova nello stesso Paese di prima, se possibile forse anche un po’ peggiorato, caratterizzato oramai, purtroppo, da una profonda bassezza culturale. Avvenimenti recenti ne sono stati la triste testimonianza: penso ad esempio all’odio che si è scatenato nei confronti di una nostra connazionale rientrata in Italia dopo 18 mesi di prigionia o alle proteste nei confronti degli immigrati, che molti italiani vorrebbero, nella migliore delle ipotesi, continuassero a vivere come bestie, senza alcun diritto o tutela.

In questo mutato contesto, sociale, economico e politico, mi preoccupa molto il nuovo ruolo che l’organizzazione del Sindacato deve rivestire. Il sindacalista oggi deve operare su due fronti, che sembrano opposti ma che in realtà tendono allo stesso obiettivo: da una parte lottare per salvaguardare il livello occupazionale, e professionale, e dall’altra lottare per sostenere il lavoro dell’impresa. Sono due lati della stessa medaglia. Eppure è proprio di queste settimane l’attacco del neo eletto Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, nei confronti dei Sindacati.

Noi siamo fermamente convinti della centralità del Contratto Nazionale del nostro settore: è importantissima. I nostri settori, del credito, delle esattorie e delle assicurazioni, sono spesso oggetto di attacchi forti, a volte violenti. Storicamente non siamo una categoria nei confronti della quale l’opinione pubblica prova empatia. In questi mesi questa opinione è stata rafforzata anche da errori mediatici commessi dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte; da errori e ritardi della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e, non da ultimo, da ritardi causati dalle Banche. Penso ad esempio alla cattiva gestione, dal punto di vista comunicativo e operativo, sul Decreto Liquidità. Cattiva gestione a causa della quale ancora oggi le lavoratrici e i lavoratori pagano un prezzo che la categoria decisamente non merita. Anche in questa straordinaria situazione, infatti, abbiamo dato prova di professionalità e senso del dovere. Troppo spesso l’opinione pubblica confonde bancari con banchieri e questo non ci aiuta. Soprattutto in un momento storico in cui le banche hanno fatto un grosso errore, dal punto di vista strategico e morale: non venire incontro alle richieste della gente, dimenticando che domani le persone ricorderanno da chi in questa emergenza hanno avuto aiuto e da chi, invece, hanno ricevuto un no.

L’emergenza economico-sanitaria legata al Covid-19 ha dato vita a vivaci dibattiti su molti temi, di carattere personale, sociale e professionale. Tra questi ultimi, un argomento che riveste un ruolo di primo piano è lo smart working. Se ne parla da tempo, come di un desiderio mai pienamente realizzato, e ci siamo trovati obbligati a farci i conti in una situazione già complicata di per sé. Le nostre categorie in questo contesto hanno dato prova di avere il maggior numero di dipendenti in smart working, dimostrando di essere già più avanti di altri. E’ il futuro? Non credo, ma penso che non potremo più tornare indietro. Avevamo inserito lo smart working nel Contratto Nazionale, e avevamo fatto bene: prima con diversi accordi sindacali nelle aziende e poi attraverso il rinnovo del Contratto Nazionale del credito siglato nel dicembre dello scorso anno nel quale, oltre a inserire per tutte le aziende del settore linee guida comuni, abbiamo ottenuto, primi in Italia, e tra i primi in Europa, il diritto alla disconnessione. L’avevamo disciplinato in maniera e con condizioni diverse da quelle in cui l’abbiamo applicato: più che smart working abbiamo fatto tele lavoro. Lo smart working comunque cambia molto anche il nostro approccio sindacale: la nostra forza è andare nei posti di lavoro e incontrare fisicamente le persone. Con questa nuova modalità lavorativa le dinamiche interpersonali e relazionali cambiano. Dovremo quindi fare emergere ancora di più il significato del nostro ruolo e la qualità del nostro lavoro: è una sfida, che si aggiunge alle tante altre che dovremo già affrontare. Ci aspetta un lavoro difficile e, forse, di maggiore responsabilità di quello fatto fino ad oggi. Dobbiamo prepararci a una stagione in cui le normative cambieranno di giorno in giorno e le persone avranno sempre un bisogno sempre più urgente di risposte. Le conseguenze di queste settimane le vedremo probabilmente tra mesi o tra anni.

E’ un momento molto delicato e dobbiamo augurarci che il confronto con le altre parti in causa continui: si deve fare tutto il possibile perché si facciano i contratti. Rischiamo una recessione importante per il Paese e anche per questo è necessario metterci tutti assieme attorno allo stesso tavolo per progettare un nuovo sviluppo, un nuovo modello sociale.

Roma, 28 maggio 2020
Il Segretario Generale
Massimo Masi

 

 

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